Un confronto tra Italia e Francia a Treviso, 1960

Il Rugby in Italia

Il rugby approdò in Italia nei primi anni del 20° secolo. La diffusione di questa disciplina, a partire dal 1909, si dovette a Pietro Mariani, giovane emigrante che aveva scoperto e praticato il rugby in Francia.
Tornato in patria per il servizio militare, Mariani si adoperò per raccogliere consensi, aiutato da un giocatore francese, Gilbert, residente in Lombardia. I primi nomi noti sono quelli dei fratelli Grezzi, di Trinchero, Veronesi, Bonfanti e Grassi, giocatori che trovarono ospitalità presso gli impianti del Milan Calcio e dell’US Milanese.
Nel frattempo anche a Torino si cominciò a organizzare incontri, come quello del 1910 tra il Racing Club di Parigi e il Servette di Ginevra; subito dopo venne costituito il Rugby Club Torino, che fu la prima squadra italiana, sciolta però molto presto dopo una partita contro la Pro Vercelli.
L’asse portante, tuttavia, rimaneva il movimento milanese, che il 2 aprile 1911 organizzò all’Arena una partita internazionale tra l’US Milanese e la squadra francese del Voiron contro la quale perse 15-0: oltre a Mariani e a Gilbert, il gruppo italiano schierò anche Bellandi, Bonfanti, Guerin, Grassi, Drinkwater, i fratelli Grezzi, Tadini, Bianchi, Veronesi, MacCornac, Trinchero e Raimondi. La Gazzetta dello sport scrisse dell’entusiasmo con cui i numerosi spettatori avevano accolto questo incontro di football.
Fu Stefano Bellandi a ideare il Comitato nazionale della propaganda del gioco della palla ovale, il cui atto di nascita venne pubblicato sulla Gazzetta dello sport il 26 luglio 1927; Mariani ne era il presidente e Bellandi il segretario.
Ottenuto il riconoscimento del CONI, si disputarono due grandi partite internazionali al Velodromo di Bologna e all’Arena di Milano fra SC Italia di Milano e la selezione francese del Litoral. L’Italia lottò molto bene, ma perse 18-27 e 35-46, suscitando comunque notevole entusiasmo. Gli scambi con i club francesi si intensificarono: il PUC (Paris Université Club) giocò a Torino, Milano e Brescia.
Nel 1928 venne fondata la Federazione italiana rugby (FIR), cui aderirono sedici società: US Milanese, Rugby Club Piemonte sabaudo di Torino, Nucleo universitario fascista di Udine, Bologna sportiva, Vomero di Napoli, Rugby Club littorio di Padova, AS Roma, Forza e coraggio di Milano, Officine meccaniche di Milano, Rugby Club Padova, Sport Club Michelin di Torino, SS Lazio, Sport Club Italia di Milano, XV Legione Leonessa d’Italia di Brescia, Pro Vercelli e Stamura CVIII Legione milizia di Ancona.
Il 12 febbraio 1929 la FIR organizzò il primo Campionato italiano: sei squadre divise in due gironi da tre. Nel girone A l’Ambrosiana di Milano (ex Sport Club Italia), la Leonessa Brescia e il Michelin Torino; nel girone B la SS Lazio, la Bologna sportiva e i Leoni di San Marco di Padova. La SS Lazio e l’Ambrosiana si qualificarono per la finale, conclusasi allo spareggio con la vittoria dell’Ambrosiana per 3-0. Fu il primo di una lunga serie di titoli per il club milanese (che poi prese il nome di Amatori Milano), interrotta soltanto da due vittorie della Rugby Roma nel 1935 e nel 1937.
La crescita e l’affermazione improvvisa del rugby nello spazio di due anni, fra il 1927 e il 1929, si spiega con l’atteggiamento del regime fascista, che dapprima fu molto cauto e poi sempre più favorevole, considerando questa disciplina particolarmente adatta alla formazione e allo spirito di combattimento.
Tuttavia, poiché nel rugby non era prevista un’attività giovanile, gli atleti provenivano per lo più da altre discipline, in particolare l’atletica, e molti praticavano il rugby come secondo sport, come il lottatore Umberto Silvestri, lo schermitore Renzo Nostini, il nuotatore Carlo Pedersoli e persino il dirigente sportivo Primo Nebiolo. Fino agli anni Ottanta mancò pertanto una preparazione specialistica, anche se vi furono alcuni episodi importanti, come la famosa partita contro la Francia a Grenoble il 4 aprile 1963, persa dall’Italia per 14-12, quando a 5 minuti dalla fine gli azzurri dell’esordiente Marco Bollesan (che proveniva dal canottaggio) conducevano per 12-6.
Dopo il secondo conflitto mondiale il rugby, ritenuto uno sport troppo vicino allo spirito fascista, attraversò un periodo di crisi, durante il quale fu sostenuto dalle attività di promozione e organizzazione svolte dalle truppe di occupazione britanniche dell’VIII Armata, in cui molto nutrita era la rappresentanza neozelandese, australiana e sudafricana; si formarono così club dislocati in buona parte della penisola, da Trieste a Napoli e all’Aquila. Ma fu sempre il rugby delle grandi città ad avere un ruolo fondamentale: fu infatti l’Amatori Milano a riconquistare il primo scudetto del dopoguerra nel 1946, seguito dalla Ginnastica Torino nel 1947 e dalla Rugby Roma nel 1948 e nel 1949. Ciò nonostante, il clima della provincia ‒ in particolare quella emiliana e veneta ‒ si mostrava più favorevole, in quanto meglio si riusciva a raccogliere energie e attenzioni e soprattutto a curare i rapporti fra atleti e ambiente sociale. Negli ultimi trent’anni del secolo vi fu il dominio incontrastato del rugby veneto: iniziarono i militari delle Fiamme Oro di Padova, proseguirono Rovigo, Padova e Treviso. Tuttavia, anche l’apporto della provincia sarebbe servito a poco per la crescita del rugby italiano se non fossero intervenute due circostanze ben precise.
La prima grande svolta si ebbe nella seconda metà degli anni Settanta, quando il rugby, seguendo l’esempio di altri sport stimolati dall’impulso propositivo e finanziario del CONI, istituì i primi CAS (Centri di avviamento allo sport). Sotto la presidenza di Sergio Luzi Conti, Mario Martone e Aldo Invernici, la FIR istituì il minirugby per favorire la formazione e la preparazione di bambini interessati a questa disciplina, nell’intento di creare un vivaio dove reperire potenziali talenti, evitando così di affidarsi ad atleti di riporto. Il definitivo salto in avanti del rugby italiano, infatti, si compì negli anni Novanta, quando iniziò a emergere la generazione proveniente dal minirugby.
La seconda svolta fu l’avvento, nel 1995, del professionismo, che incentivò le capacità organizzative e imprenditoriali dei club di provincia, in particolare quelli distribuiti nell’area tra Parma e Brescia. Il massimo campionato italiano professionistico Super 10 vide l’asse rugbistico spostarsi dal Veneto verso il Centro-Nord, tanto che la metà delle squadre proveniva da quella zona (Calvisano, Leonessa Brescia, Viadana, Parma e Parma Noceto), anche se lo ‘squadrone’ Benetton Treviso continuava ad aggiudicarsi gli scudetti.
A livello internazionale, la storia dell’Italia del rugby (fuori dall’IRB fino al 1991, ma membro della FIRA francese) si caratterizza sia per una serie di sconfitte con la Francia, fino allo storico 32-40 del 22 marzo 1997 a Grenoble, sia per sfide invece vinte contro la Spagna e, per alterne vicende, contro la Romania e la Russia. Gli anni Settanta e Ottanta furono un periodo negativo per l’Italia: la Francia affrontava l’Italia con la formazione B; in Gran Bretagna le selezioni italiane erano mascherate sotto il nome di qualche club; nei primi scambi ufficiali con le potenti squadre dell’Australia e della Nuova Zelanda gli azzurri uscirono sempre perdenti. Tuttavia, nella prima Coppa del Mondo, svoltasi congiuntamente in Australia e Nuova Zelanda nel 1987, l’Italia di Bollesan non entrò nei quarti di finale solo perché, a pari punti in classifica con le Figi e l’Argentina, segnò una meta in meno degli isolani.
Nella successiva Coppa del Mondo del 1991 in Inghilterra gli azzurri persero per soli 10 punti con gli All Blacks, mentre a Brisbane nel 1994 furono sconfitti dall’Australia per soli 3 punti (20-23). L’Italia si guadagnò così un posto nei massimi livelli, pur con molte sconfitte, talora vincendo a spese delle seconde squadre di Francia (1993, 16-9), Scozia (1993, 18-15) e Argentina (1995, 31-25), e poi anche delle nazionali maggiori di Argentina (1995, 31-25) e Irlanda (1997, 39-27), fino alla storica vittoria del 1997, di cui si è detto, sulla prima squadra della Francia, reduce dal Grande Slam nel Cinque nazioni.
Questa serie di successi dimostra la crescita reale e sostanziale del rugby italiano, tanto che nel 1998 l’Italia è stata ammessa dall’IRB, a partire dal 2000, al Torneo Cinque nazioni, che di conseguenza prese il nome di Sei nazioni. Nel match di apertura allo stadio Olimpico di Roma l’Italia sconfisse per 34-20 la Scozia, campione uscente di quel Torneo, suscitando grande meraviglia. Tre edizioni dopo, nel 2003, il Galles uscì sconfitto per 30-22, e l’anno dopo la Scozia perse di nuovo a Roma per 20-14, vedendosi assegnato il wooden spoon (cucchiaio di legno, oggetto virtuale destinato simbolicamente a chi perde tutti e cinque gli incontri e che l’Italia, fino al 2005, ha ricevuto in tre edizioni).
Ai Mondiali del 2003 gli azzurri furono penalizzati dal comitato organizzatore che, per facilitare al Galles il raggiungimento della seconda posizione nel girone D dietro i favoritissimi All Blacks, aveva varato un calendario in cui l’Italia era obbligata a disputare quattro partite in 14 giorni, contro i 19 del Galles. Gli azzurri superarono Canada e Tonga, ma si presentarono sfiancati al virtuale spareggio con il Galles tre giorni dopo la durissima sfida contro il Canada, mentre il Galles aveva avuto cinque giorni per recuperare la precedente partita contro Tonga. L’Italia dominò il primo tempo, ma la mancanza di energia la fece crollare sulla distanza, nonostante l’evidente superiorità. Il trattamento subito dall’Italia suscitò l’indignazione generale e l’ammonimento verbale da parte dell’IRB e del presidente del mondiale, l’irlandese Syd Millar.
Il riconoscimento del valore ormai raggiunto dal rugby azzurro si è confermato ancora nel 2004 con l’inserimento dell’Italia nella prima fascia dell’IRB, costituita dai 10 paesi leaders, e con la proposta di portare a due i rappresentanti italiani nel massimo organismo mondiale, al pari delle altre nazioni. Anche nel Torneo delle Sei nazioni del 2004 è stata sancita la parità assoluta fra l’Italia e gli altri cinque paesi membri.
La crescita del rugby italiano negli ultimi anni è ravvisabile a tutti i livelli, dall’aumento del numero di giocatori a quello degli allenatori, delle squadre e degli arbitri. L’affermazione di questa disciplina si è sviluppata intorno alla presidenza di Giancarlo Dondi e del consiglio federale da lui guidato, a partire dalle elezioni del 1996 (incarico che gli è stato rinnovato per gli anni 2000-04 e 2004-08).
La divisa della squadra è composta da maglia azzurra e pantaloncini bianchi; il simbolo è il tricolore.
Il massimo campionato italiano, chiamato serie A fino al 2000-01, ha assunto la denominazione di Super 10: dieci squadre (Brescia, Calvisano, Viadana, Parma, Parma Noceto, Rovigo, Padova, Treviso, L’Aquila, Catania) che si contendono il titolo con una retrocessione e una promozione dalla serie B. Fino alla stagione 2003-04 sono stati disputati 74 campionati, con la seguente classifica di scudetti vinti: 17 Amatori Milano; 11 Treviso, Rovigo e Petrarca; 5 Rugby Roma, L’Aquila e Fiamme Oro Padova; 3 Parma; 2 Partenope Napoli; 1 Ambrosiana Milano, Ginnastica Torino, Brescia, Viadana.
Le società del Super 10 sono organizzate in lega e gestiscono l’attività del loro torneo e di quelli europei in stretta collaborazione con la FIR. La presidenza della LIRE (Lega italiana rugby eccellenza) è affidata al presidente del club campione d’Italia. La LIRE ogni anno organizza la partita All Stars-Azzurri: i migliori talenti del campionato affrontano la nazionale italiana alla vigilia della prima partita del Sei nazioni.
Alle Coppe europee, disputate dal 1997, partecipano tutte e dieci le squadre del campionato Super 10. La vincitrice dello scudetto e la seconda classificata prendono parte alla Heineken Cup (Coppa campioni). Le altre otto squadre partecipano al Parker Pen Challenge, che a sua volta si suddivide dopo i turni iniziali in European Shield e Challenge Cup. Il miglior piazzamento raggiunto da una squadra italiana è stato conseguito nello European Shield 2004 dal Viadana, che si è qualificato per la finale, poi persa contro i francesi del Montpellier (19-25).
Gli altri campionati italiani sono suddivisi in: serie A, con due gironi da 10 squadre e una promozione in Super 10; serie B, con quattro gironi da 12 squadre; serie C, con nove concentramenti interregionali per un totale di 137 squadre; campionato under 21, riservato ai club di Super 10; campionato under 19, diviso in due livelli (a quello di eccellenza partecipano 20 squadre suddivise in due gironi); campionato under 17, alla cui fase finale prendono parte le vincitrici di quattro trofei federali interregionali; campionato under 15, con una fase interregionale che porta a semifinali e finali nazionali.
Il campionato femminile, la cui prima edizione si è svolta nel 1985-86, si disputa in due gironi: Nord e Sud. Le prime 18 edizioni sono state sempre appannaggio della Benetton Treviso. Lo scudetto 2003-04 è stato vinto dal Riviera del Brenta, che ha superato la Benetton per 10-8.

(Tratto dalla Enciclopedia Treccani)