100 volte “Ghira”!

A Murrayfield, contro la Scozia, centesima presenza in nazionale per Leonardo Ghiraldini.

La prima volta, fa impressione dirlo, ricordarlo, è a maggio del 2004. L’Italia U21 prepara nel buen retiro di Tabiano Terme il Mondialino di categoria che si disputerà in Scozia.

Gli Azzurrini sono allenati da Andrea Cavinato e di questo gruppo si parla un gran bene, in FIR e dintorni.

Ci sono un dieci interessante (Marcato), un seconda linea che insomma ha il fisico che ha ma capisce bene il gioco (Valerio Bernabò), un numero otto che sembra un aquilone per quanto è alto e secco ma su cui John Kirwan ha già messo gli occhi, peccato solo giochi ancora in Serie A con Udine (Zanni). L’ala velocissima e con cambi di direzione impressionanti ha tutte le caratteristiche per arrivare presto in Nazionale Maggiore, peccato non parli molto (Nitoglia).

Ci sarebbero anche due come Sergio Parisse e Mirco Bergamasco, nel giro, ma ormai sono stabilmente nel gruppone della Nazionale, hanno partecipato al Mondiale australiano del 2003 e difficilmente faranno questo Mondiale U21. Al raduno, quantomeno, non ci sono.

Io sono in FIR da pochi mesi, e il capo del’ufficio stampa di allora, Giacomo Mazzocchi, mi suggerisce di andare a dare uno sguardo alla Nazionale U21, fare qualche pezzo, buttare giù statistiche e personaggi per il nostro sito.

I social network sono ancora solo nella mente e nei codici che Mark Zuckerberg e simili zompettano sulle proprie tastiere in qualche oscuro dormitorio universitario.

Morale: arrivo, faccio fotografie agli Azzurrini per creare una specie di media guide ante litteram, vengo pure destinato ad un improbabile ruolo di video-analyst da Cavinato, che ha le idee chiare su quello che serve ma non i mezzi per averlo. Sembra ieri ed erano altri tempi.

Comunque, i tallonatori di quella Nazionale sono tale Contessa e qualche giocatore che, se non riesco a ricordare, era probabilmente dimenticabile sin da allora. Non me ne voglia.

“Cimbrico, Cimbrico – mi confida Andrea Cavinato con la sua parlata concitatamente trevigiana tra un allenamento e l’altro – Ghiraldini fra qualche anno sarà capitano della Nazionale”. Io, che non ho idea di chi sia questo Ghiralndini o Ghirardini, chiedo lumi. Biondiccio, destinato da una incipiente attaccatura alta a salutare prima del tempo la propria zazzera, è un flanker del Petrarca che si sta cercando di convertire a tallonatore.

A farla breve, il biondo e Zanni sono tra quelli che si fanno più di una volta avanti e indietro da campo ad albergo a bordo della mia improbabile Peugeot 206 elaborata. Peccati di gioventù, ma è tra una buca e l’altra malamente assorbita dagli ammortizzatori ribassati che inizia un rapporto destinato – non lo sappiamo ancora – a consolidarsi negli anni.

Perché, effettivamente, Cavinato ci vede lungo, Ghiraldini abbandona la terza linea per la prima, sviluppa una circonferenza del collo preoccupante, vince il primo scudetto nella storia del Calvisano dopo una serie di finali perse che sembra destinata a non finire mai e, l’11 giugno del 2006 a Tokyo, gioca la sua prima partita in Nazionale Maggiore. Da tallonatore, ovviamente.

I CT passano – Berbizier lo lancia, Mallett lo conferma – e nel 2008, a Cape Town, mentre noi dello staff ci guardiamo la partita al riparo del nostro box, la profezia di Cavinato si avvera e Ghiraldini – diventato nel frattempo Leo o il Ghira – gioca la sua prima partita da Capitano dell’Italia. La prima partita coi gradi è tutto sommato confinabile tra le onorevoli sconfitte – gli Springboks Campioni del Mondo in carica ce le suonano 26-0 – la conferenza prepartita no: il vocabolario inglese di Leonardo è, all’epoca, ancora limitato e una serie di “confident” sono l’unica cosa che la stampa sudafricana riesce a estorcergli alla sua prima vigilia.

Ne seguiranno diverse altre, ogni volta che Sergio Parisse è fermo ai box: dal 2008 in poi, la maglia numero due dell’Italia trova un proprietario in pianta stabile e lo stesso succede a Treviso prima, a Leicester poi, infine a Tolosa.

Gli anni sono passati, abbiamo confinato i capelli ad un gradevole ricordo. E’ rimasto – da parte mia e, spero senza aver poi motivo di dubitarne, anche da parte sua – l’entusiasmo di rivedersi ogni volta, di ritrovarsi a ogni raduno, di sposare ogni appuntamento insieme con le stesse speranze, gli stessi sogni, lo stesso amore per quello che facciamo – ok, quello che fa lui è più difficile – che avevamo quindici anni fa, in quella primavera a Tabiano, su una Peugeot 206 con i parafanghi maggiorati.

Buon centesimo cap, Ghirardini. O Ghiraldini. Facciamo Ghira e non se ne parli più.

 

Articolo di Andrea Cimbrico