“Uappo” appende le scarpe al chiodo.

Luca Maciga traccia la carriera e le emozioni del nostro Alessandro De Polo, dopo la sua ultima partita.

Già tre domeniche fa A Villa Montalban, contro il Trieste, in occasione dell’ultima gara casalinga, i compagni avevano fatto festa ad Alessandro De Polo che, a 36 anni, ha deciso di smettere con il rugby giocato; poi contro il Conegliano ci sono stati gli applausi finali.

Alla fine, la seconda linea gialloblù ha giocato 25 anni con il Belluno, fatta eccezione per la parentesi nella stagione 2011-2012 in cui De Polo ha militato alcuni mesi con l’Alpago.

L’esordio in prima squadra in serie B è avvenuto a 16 anni, nel campionato 1998-1999, poi ancora un anno di giovanili dopodiché il grande ritorno nel giro della squadra seniores nel campionato di serie A2. Nella sua carriera ci sono anche alcuni campionati in serie B e tanta serie C1.

Nella stagione 2013-2014 vi è stato inoltre un anno sabatico in cui il player bellunese faceva l’aiuto allenatore in under 16 a Toni Palma e Dario Chies. In poche parole De Polo in questi 25 anni, come dice lui «passati in fretta», ha letteralmente portato per mano il suo Belluno. Giusto per dare un altro numero, più di venti mete realizzate in prima squadra, oltre ai numerosi punti dalla piazzola nelle stagioni in cui “Uappo” era “piazzatore”.

In questo momento in cui lei lascia il rugby giocato, ma molto probabilmente potrà avere un ruolo all’interno della società come auspicano un po’ tutti.

Ha pensato a quale potrà essere il suo futuro nel mondo del rugby bellunese?

«Per il momento mi sono preso un po’ di tempo per pensarci, anche perché devo smaltire le “scorie” della stagione appena conclusa. Parlando sia con il presidente Giancarlo Pasa che con l’allenatore Gigi Liguori, ho detto che più avanti sicuramente ne riparleremo. La speranza è quella di poter essere utile all’interno della società; bisognerà trovare un ruolo che sia compatibile con gli impegni famigliari e lavorativi». In tutti questi anni sono stati raggiunti alcuni importanti traguardi con la maglia gialloblù».

Qual è il successo che ricorda più volentieri?

«Sicuramente la vittoria contro il Pesaro ai play off nel 2009. Li abbiamo vinto e siamo saliti in serie B. È stato tutto fantastico, in modo particolare nella gara di ritorno in cui, a Villa Montalban, c’erano più di mille persone. È stato uno spettacolo da pelle d’oca. Abbiamo giocato una partita perfetta sotto tutti i punti di vista e tutto è andato per il verso giusto. Dovevamo recuperare perché nella finale d’andata avevamo perso 26-19 invece a Belluno abbiamo vinto 48-15. C’era una cornice di pubblico di tutto rispetto, con striscioni, trombette e quant’altro».

Lei ha visto passare molti giocatori a Belluno. In quale gruppo si è trovato meglio?

«Tanti anni fa, quando giocavo con quelli della mia età e con i giocatori più grandi mi sono sempre trovato bene. In tutti questi campionati l’unica macchia, che voglio cercare di dimenticare, è quando me ne sono andato perché c’è stato un momento critico. Anche negli ultimi anni e nel campionato appena concluso è stato molto bello perché, pur giocando con ragazzi molto più giovani di me, mi sono sentito a mio agio. In queste ultime due settimane li ho voluti ringraziare perché mi hanno fatto stare bene e mi sono divertito molto con loro».

Se dovessi fare un nome, chi è il compagno che ti ha stupito di più per le sue qualità?

«Secondo me Gianluca Giacon è il giocatore più forte con cui ho giocato. Abbiamo passato un anno insieme nella stagione 2005-2006 nella quale siamo arrivati in finale per andare con il Petrarca Padova in serie B. Nonostante avesse già 37 anni, era uno spettacolo vederlo giocare».

Quali sono invece gli allenatori che hanno contribuito a tirar fuori il meglio delle sue qualità?

«Ne ho avuti tanti che sono stati molto bravi. Dovrei fare più di un nome. Direi Gigi Liguori, che mi ha allenato in questi ultimi anni, dopodiché Alessio Dal Pont, Toni Palma e Nicola Tomasella».

Ultima domanda. Siete una famiglia che vive di rugby, visto che sia suo fratello Alberto (attuale capitano), suo padre e due suoi zii sono passati per Villa Montalban come giocatori. Come nasce questo amore per la palla ovale?

«Se devo essere sincero, io avevo iniziato giocando a calcio con il Piave. Poi ho smesso ed ho deciso di giocare a rugby; da quel momento è diventata come “una droga”. Quando ho

avuto degli infortuni, se iniziavo a stare meglio non vedevo l’ora di rientrare. Nel momento in cui ho deciso di smettere e l’ho detto a mia moglie, pensava che la prendessi in giro, invece non è stato così; a tal proposito la ringrazio per essermi stata vicina in tutti questi anni».

(Luca Maciga per il Corriere delle Alpi)