Il rugby si gioca con la testa

E’ vero: il rugby è uno sport che si gioca prima di tutto con la testa, ma non bisogna esagerare…

Dentro il mondo della palla ovale – accanto a fatti, personaggi, avvenimenti memorabili – si trovano tante storie caratterizzate da un solo tratto: il cognome.

Vere e proprie famiglie o, anche, chiare dinastie. Una conferma, l’ennesima, che il ‘mal di rugby’ esiste e – quasi sempre – finisce con l’essere incurabile.

A Villa Montalban, una di queste storie è quella dei De Polo. Storia che – almeno fino a ora – si dipana in quasi otto lustri.

L’inizio è una sorta di classico, almeno dei tempi andati, di questo sport.

Succede, infatti, che un giovane Valentino De Polo salga a Belluno per guadagnarsi la patente di guida. Trovando, quale istruttore, Piergiorgio Giacon (a proposito, i Giacon sarebbero un’altra dinastia da esplorare) che subito vede in quel giovanotto una possibile colonna per il Belluno Rugby.

Sarà il bisogno di arrivare presto all’agognata patente o, più verosimilmente, il rapido contagio del morbo ovale, di fatto Valentino De Polo si prende – stagione 1977/78 – un posto nel XV gialloblù che lascerà solo dopo due lustri. Giovane, De Polo si trova a lottare assieme a giocatori esperti (come lo stesso Giacon, i Bortoluzzi, Olivier, Fabbiane, Polito, Veronese) ad altre speranze (Palma, Petrin, Da Rold) e veri talenti.

Come Renato De Bernardo, al termine di quella stagione passato al Petrarca e di lì in Nazionale. Giovani arrivati a sostituire i Dalla Ca, Gianfranco Da Rif, Celeste Bortoluzzi, solo per fare qualche nome.

Certo un rugby fantasioso; dove c’era lo spazio per la goliardia. Per dire, un numero 9 (genio e sregolatezza per definizione) beffa il pack avversario con un raffinato calcetto, fila verso il centro dei pali ma, prima di schiacciare, vuole salutare la fidanzata in tribuna. Risultato: ovale che scivola mestamente a fondo campo e meta perduta.

Oggi sarebbe da pubblico ludibrio; allora, invece, il tecnico lo apostrofa con un “non te digo niente; no te digo brute parole…ma ti si proprio un balonaro”. Che, per un rugbista, va da sé, è la massima offesa possibile.

Anche tempo di soprannomi, quello. Per il gruppo, De Polo diventa presto ‘Tin Tin’, forse come deformazione di un già troncato ‘Tino’. Ma, forse, anche per una certa assonanza che gli viene riconosciuta con la lucidità operativa del celebre personaggio dei fumetti disegnato da Hergé.

Più facile l’interpretazione di quello affibbiato, qualche anno dopo a Roberto De Polo; il fratello attirato dalle gesta e dai racconti di Valentino verso la palla ovale. Ne ricordano ancora l’abbigliamento quando, proveniente dal lavoro, arrivava all’allenamento. Zoccoli e un gilè di lana cotta che lo avevano fatto diventare, immediatamente, il Pastore Marsigliese.

D’altra parte, il gruppo già vantava un ‘Giaguaro’, un ‘Orso’, un ‘Figaro’ e uno ‘Sciopet’.

Passa il tempo e arrivano Alessandro e Alberto, i figli. Per i quali il percorso è segnato. Anche perchè Daniela, la moglie e mamma, non si oppone certo. “No, direi di no. Certo, prima la cura, e anche un po’ di preoccupazione, per chi scende in campo – annota Alberto; poi, però, grande attenzione per il risultato!”.

E adesso? Intanto la storia non è chiusa. Il campionato sta per entrare nel vivo e i due De Polo sono caricati al punto giusto. Poi, allargando la panoramica, in casa di Alessandro c’è già Ester. E, dato che in Alpago è rinato il movimento femminile del rugby, hai visto mai che…..

Articolo di Silvano Cavallet
Dal Gazzettino del 27 dicembre 2015