Con l’Inghilterra non doveva finire così…

13 Novembre 2015 at 23:12

L’ascesa e la caduta di Stuart Lancaster

L’avventura mondiale che era iniziata con tanto ottimismo in una giornata fresca di primavera si è conclusa con un pranzo, in novembre, tra recriminazioni e rimorsi.

Stuart Lancaster è stato il pianificatore ossessivo che non è riuscito a vedere il sogno avverarsi, il maniaco del lavoro che ha dato tutto quello che poteva ma non ha avuto abbastanza dalla squadra, che avrebbe potuto rivelarsi decisivo per finire la World Cup in modo decisamente migliore di quanto sia stato.

Quando è diventato capo allenatore dell’Inghilterra, quasi quattro anni fa, la squadra non era destinata a finire come ha fatto – in una Coppa del Mondo giocata in casa e dopo solo tre partite – con l’inutile vittoria sull’Uruguay.

Perché Lancaster aveva davvero una visione: una squadra amata dai suoi tifosi, temuta dagli avversari, un successo in campo guidato proprio dalla cultura rugbistica inglese.

Sembrava quasi un insegnante di educazione fisica con la sua polo bianca, la sua tuta in stile marinaio e le scarpe da ginnastica, col suo diario nero sempre sotto braccio, per appuntare le sue note di gioco, anche le più strane.

Aveva creato emozione, dando a ciascuno dei suoi giocatori una lettera scritta dai genitori, con quelle degli allenatori, insegnanti e amici, dicendo loro cosa aveva significato per i loro amici il vederli giocare per l’Inghilterra.

C’era l’ispirazione, nei colloqui di Gary Neville e Sir Bradley Wiggins, nelle visite dei veterani dell’esercito britannico e nelle sessioni di allenamento con giovani giocatori.

Alle partite mondiali non si era mai visto fermare l’autobus della squadra nel parcheggio dello stadio (Twickenham in questo caso) con i giocatori che entravano negli spogliatoi attraverso un tunnel di propri sostenitori e tifosi osannanti.

Aveva fatto preparare una targa, accanto a ogni attaccapanni dello spogliatoio, con incisi i nomi delle leggende inglesi che avevano giocato nello stesso ruolo e quell’enorme croce di San Giorgio, nel corridoio che porta al campo, che è stata oggetto di così tanti post e tweet dai sostenitori, in tutto il paese.

Tutto bello. E per un po’ risultati e umore della squadra sembravano dargli ragione, ma poi è arrivata la dura legge dello sport.

Sul soffitto dello spogliatoio dell’Inghilterra aveva fatto appendere un grande disco con cinque parole illuminate: lavoro di squadra, rispetto, divertimento, disciplina e lealtà sportiva.

Nessuna menzione di velocità, precisione o tattiche di gioco. Tantomeno di vittoria.

Lancaster ha creduto che tutto questo sarebbe bastato, col suo libro preferito, scritto dall’ex allenatore dei San Francisco 49ers Bill Walsh “Il punteggio si prende cura di sé”, sempre lì, sul comodino.

Per Walsh, benedetto dalle straordinarie doti del quarterback Joe Montana, e dal gioco in ricezione di Jerry Rice e del running back Roger Craig, tutto è andato secondo i piani. Per Lancaster si è rivelato una crudele illusione.

Cultura rugbistica? Forse.

Perchè prima della Coppa del Mondo aveva già perso Manu Tuilagi e Dylan Hartley per atti di violenza, anche fuori dal campo, e la squadra non è mai riuscita a sostituirli.

Dopo il mondiale tutto è diventato caotico come nel 2011, con tutte le critiche e le rivelazioni acide di quei giocatori che sembravano invece essere una squadra solida e unita.

La fiducia data alla sua Inghilterra, che conteneva ben otto esordienti, tra cui Ben Morgan, Joe Marler e Owen Farrell e, più tardi, George Ford, Joe Launchbury e Anthony Watson, tutti giovanissimi, non l’ha ripagato.

Ragionando sugli ultimi tempi, ogni Sei Nazioni gli aveva portato una sconfitta e ogni test autunnale almeno un’altra. Quando, poi, era arrivata la botta del 30-3 rimediato dal Galles a Cardiff nel 2013 e la sconfitta con gli Springboks nel 2014, il suo cipiglio imperturbabile è stato messo a dura prova ed ha iniziato ad incrinarsi.

E più si avvicinava la Coppa del Mondo più affannoso è diventato il suo modo di condurre la squadra.

L’ultimo Sei Nazioni dell’Inghilterra si era concluso con 18 mete, nove più di qualsiasi altro. Nonostante ciò, gli uomini chiave del “sistema Lancaster” non sono riusciti a reggere la tensione della Copa del Mondo 2015 e Lancaster, che era stata visto come antitesi del predecessore Martin Johnson, alla fine è stato impreciso nelle decisioni.

I tifosi inglesi speravano che, circondano da esperti com’era, fosse davvero il coach che avrebbe portao la squadra in finale (e inizialmente sembrava ver preso la strada giusta), ma ha perso le grandi partite – una decisiva per il Grande Slam e una in Coppa del Mondo che doveva invece portare a casa.

I suoi sforzi strenui con i media (strette di mano prima delle interviste, telefonate ai giornalisti per spiegare le decisioni chiave, e inviti a cena per collaborare) sono stati apprezzati, ma ora sembrano quasi fossero uno modo per proteggerlo dal critico esame della stampa.

E’ stata tutta colpa sua? Sicuramente no.

Il commentatore di rugby della su BBC Radio 5 Live, Ian Robertson, ha dichiarato “L’Inghilterra ha avuto una delusione disperata nella Coppa del Mondo. Lancaster ha avuto molti successi, ma la Coppa del Mondo è stata una delusione amara per lui, la squadra inglese e dei suoi seguaci. Fare il nome di un allenatore inglese qualificato che potrebbe prendere il suo posto e fare un lavoro migliore? Non posso nominare uno. Se per la prima volta l’Inghilterra dovesse scegliere un allenatore straniero, la risposta ovvia sarebbe Eddie Jones, che ha preso il Giappone e l’ha portato ai risultati che si sono visti, tra cui battere il Sudafrica”.

Lancaster aveva sperato gli fosse data una seconda possibilità, come Woodward dopo la Coppa del Mondo nel 1999 e Graham Henry dopo che gli All Blacks furono storditi dalla Francia nei quarti di finale del 2007.

Ma il suo caso è diverso. La sconfitta della Nuova Zelanda era stata uno shock, dopo il filotto da record dei quattro anni precedenti: era stata una sconfitta, ma la sconfitta di un team ispirato e in splendida forma. E Henry aveva già allenato Auckland, i Blues, il Galles e i Lions. Woodward, invece, allenava la squadra da soli due anni quando fu sconfitto a Parigi, e non due volte nella fase a gironi, e proprio sul terreno di casa.

L’Inghilterra aveva uno slogan sotto Lancaster: “Centinaia prima di voi. Migliaia attorno a voi. Milioni dietro di voi…”

E’ stato tutto lodevole e vero, ma la Coppa del Mondo si è conclusa e il divario fra l’Inghilterra di Lancaster e quella migliore del mondo è diventato una voragine.